Questione di gusti. Per un’estetica della sessualità

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Immagine: André Derain, Donna in camicia. Una pensatrice interlocutoria, consapevole del proprio corpo e della propria sensualità.

 

QUESTIONE DI GUSTI. PER UN’ESTETICA DELLA SESSUALITA’.

Di Maddalena Bisollo.

 

La filosofia ha nomea di essere una disciplina disincarnata e asessuata. Dedita ai voli del pensiero, ha poco tempo, sembra, per addentrarsi per i sentieri del corpo e della carne. Al radicamento di questa convinzione in qualche modo i filosofi hanno contribuito, marginalizzando per secoli i temi del corpo, della carne e della sessualità, considerati troppo legati alla terra da un certo “pensiero del sorvolo” e purificatore.

“Purificazione è l’eliminare tutto ciò che vi sia in certo modo di cattivo e il lasciare invece ciò che non sia tale”, suggeriva Platone nel Sofista.

Qualcosa di non buono, di cattivo, un alone di indegnità e sporcizia ha aleggiato per secoli intorno a queste tematiche, con rare eccezioni.

Fortunatamente, in particolare nel corso del Novecento, grazie all’esistenzialismo, alla fenomenologia, alla rinascita della filosofia pratica e alla consulenza filosofica che le è figlia, la filosofia ha ripreso questo dialogo a lungo interrotto e ha accettato la sfida di ricucire il rapporto con la vita.

Oggi appare quanto mai importante occuparsi di questi argomenti, specialmente quando la filosofia intenda esprimere una vocazione alla praxis e all’incontro con il singolo, i suoi dubbi, le sue preoccupazioni quotidiane.

Il sesso rappresenta un’esperienza umana fondamentale e chi svolge la professione di filosofo clinico o di consulente filosofico, sa bene che le domande, le ansie, talvolta i tormenti legati alla sfera della sessualità, sono tutt’altro che rari tra chi chiede un sostegno.

Innanzitutto, nonostante sia una delle attività più private, il sesso è un ambito in cui gran parte di noi nutre il sospetto, talvolta doloroso e angoscioso, di comportarsi in maniera atipica e di  non essere quindi “normale”. Pur essendo un’attività “intima” (intimus è “ciò che vi è di più interno”), il sesso è sempre accompagnato da una serie di forti preconcetti, di tipo sociale, culturale, famigliare, che codificano il modo in cui le persone ritengono di doverlo vivere ed affrontare.

Così, anziché avvicinarci al sesso in modo allegro, gioioso, generoso, non ossessivo, equilibrato – ovvero come immaginiamo che faccia o dovrebbe fare tutto il resto del mondo – siamo perseguitati da sensi di colpa, nevrosi, fobie, desideri sconvolgenti.

Rispetto alle epoche passate il rapporto con il sesso è cambiato. Per migliaia di anni, in uno stretto connubio tra bigottismo religioso e abitudini sociali conservatrici, l’atteggiamento delle persone verso il sesso è stato connotato da ingiustificati sensi di colpa e confusione. C’era chi credeva che avrebbe perso le mani o la vista se si fosse masturbato e chi immaginava di essere scaraventato in una vasca di olio bollente per aver sbirciato una caviglia. Ben pochi sapevano cosa fossero un’erezione o un clitoride. Poi, in particolare dopo la prima guerra mondiale e ancor più a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, le cose sono cambiate: gli abiti mostrano sempre maggiori lembi di pelle, compare il bikini, si può ammettere di masturbarsi, si guardano film porno e si inizia a trovarsi a proprio agio con un argomento che nelle epoche passate è stato fonte di frustrazioni e nevrosi. Il sesso viene oggi percepito come un passatempo utile, ristoratore, fisicamente ritemprante: qualcosa che si dovrebbe fare il più possibile per alleviare le tensioni della vita moderna.

Tutto questo luminoso progresso, che certo lusinga le nostre capacità razionali e la nostra nuova sensibilità postmoderna, tuttavia non tiene conto di un fatto indiscutibile: che il sesso sia stato capace per migliaia di anni di suscitare turbamento non è casuale; che abbia attirato ire e tabù religiosi nemmeno. Il sesso non sarà mai semplice o per bene come lo vorremmo, ma ha il carattere di una forza dirompente, travolgente, venata di crudeltà e trasgressione, in contrasto con gran parte delle nostre ambizioni e dei nostri progetti esistenziali, assai refrattaria all’integrazione nella società civile.

Naturalmente, questo non significa non poter esercitare una phronesis: è certamente possibile acquisire maggiore saggezza sessuale, sensuale ed erotica. Tuttavia, senza dimenticare che un totale soggiogamento di questa forza anarchica è probabilmente impossibile, forse neppure auspicabile: piuttosto, è possibile imparare a trovare dei compromessi con questa energia sconvolgente da cui siamo percorsi.

Quali sono le preoccupazioni legate alla sfera sessuale?

Stando  ai diffusi manuali, testi, articoli di giornale, in cui apprendere come fare la posizione del loto o come usare creme e sex-toys, sembra che a preoccuparci sia in particolare la tecnica erotica. Pur essendo certamente interessante, spesso utile e certamente piacevole apprendere nuovi esercizi e usare innovativi strumenti di empowerment sessuale, tuttavia le nostre ansie e le nostre preoccupazioni erotiche non riguardano così spesso le tecniche. Nella maggior parte dei casi, la nostra preoccupazione più profonda non riguarda infatti come fare sesso in maniera più appagante con un amante già disposto a passare con noi ore piacevoli e giocose sul divano, provando nuove posizioni, strumenti, essenze profumate. Ci angoscia piuttosto come sia diventato problematico fare sesso con il partner abituale a causa della routine o per il risentimento reciproco generato da questioni economiche o dalla gestione dei figli; oppure ci angoscia l’assuefazione alla pornografia online, da cui giovani e meno giovani sono sempre più sedotti; o il fatto che desideriamo solo persone che in realtà non amiamo; o ancora il dubbio di aver irrimediabilmente infranto la fiducia e l’amore del partner intrecciando una relazione con un collega di lavoro…

Il sesso costringe ad affrontare una quantità di dilemmi di grande portata affettiva ed esistenziale.

Ricordiamo che i momenti di crisi sessuale – momenti che Wilhelm Schmid descrive come di “sex out” ovvero , possiamo ammettere, di “blackout della sessualità” –  sono momenti dolorosi ma anche assai preziosi.

Schmid parla del sexout come di un fenomeno individuale, che tutti noi possiamo sperimentare talvolta nella vita, ma anche come di un fenomeno collettivo in qualche modo epocale. I sexout sono infatti sempre più diffusi, spesso nelle forme radicali di problematiche come l’ansia da prestazione e la disfunzione erettile, il vaginismo, l’anorgasmia, il desiderio sessuale ipoattivo. Come confermano anche le statistiche, questi disturbi della sessualità paradossalmente aumentano nella società contemporanea così splendidamente “sessualmente liberata”.

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E. Hopper, Escursione nella filosofia

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E. Hopper, Summer in the City

Il pittore iperrealista Hopper, ci propone degli splendidi fermoimmagine sul sexout, che ne colgono l’atmosfera come sospesa, tesa, venata di malinconia e nondimeno profondamente riflessiva, filosofica.

Perché quest’uomo e questa donna guardano nel vuoto, seduti al bordo di un letto con accanto dei partner seminudi, in una situazione di vicinanza e di contemporaneo distacco?

Come nei quadri di Hopper, anche nella vita, le situazioni di sex out non hanno una interpretazione univoca. Per questo sono importanti le approssimazioni ermeneutiche, che vanno rinnovate continuamente e sono difficili. Ma anche proficue: le domande infatti aprono lo spazio per tornare a se stessi e grazie alla riflessione aiutano a ritrovare una direzione. Proprio la filosofia può aiutare ad uscire dal sex out, accompagnandoci nel tentativo di capire, di comprenderci e di comprendere l’altro.

Viviamo in un’epoca che Schmid definisce dell’ipersessualità: ad una svalutazione secolare della sessualità ne è seguita infatti una sopravvalutazione isterica. Stiamo forse affacciandoci progressivamente ad una nuova epoca di esaurimento? Forse il troppo, infine, stroppia e ci blocca.

Gilles Lipovetsky, professore di Filosofia all’Università di Grenoble, sostiene che la società contemporanea vada interpretata alla luce della Seduzione.

«La regola principale è quella di piacere e colpire: tutte le altre non sono fatte che per realizzare questa» diceva Racine nella Prefazione a Bérénice e Lipovetsky intitola il proprio saggio proprio così «Piacere e colpire. La società della seduzione».

La seduzione, il rendersi attraenti agli occhi degli altri, esiste tra gli esseri umani dalla notte dei tempi. Essa è per il filosofo francese “una forza che produce desiderabilità”. È anche un fenomeno originario, cui nessuno di noi può sottrarsi, perché si situa al principio della nascita della sessualità nel rapporto tra la madre e il bambino, reciprocamente se-duttivo.

Esiste anche nel mondo animale, ma seguendo codici diversi indissolubilmente legati ai cicli riproduttivi e quasi per nulla orientati alla modificazione estetica del proprio corpo. Nella seduzione umana vi è infatti particolarmente una modificazione del corpo naturale sotto il segno della cultura (trucco, cosmetici, tatuaggi, scarificazioni, ecc), oltre che l’adozione di profumi, abiti, gestualità e comportamenti che si modificano a seconda dell’epoca e della moda.

Come il sesso, anche la seduzione è stata per lungo tempo condannata come pericolosa, diabolica, ingannevole, sebbene il gusto per la cosmesi, il gioco seduttivo, gli abiti non sia stato mai completamente abbandonato ma sia sopravvissuto nei secoli.

Oggi di certo non viviamo più nel tempo della “seduzione pericolosa”, bensì piuttosto nella società degli incitamenti costanti a mettersi in mostra a qualunque età , con la diffusione generalizzata dei prodotti e delle cure cosmetiche, l’esaltazione del glamour e del sexy, la fortuna della chirurgia estetica. Voler piacere, abbellire il proprio aspetto, sottolineare le attrattive del corpo non suscita più critiche morali. Anzi.

Lo stesso ordine economico viene interpretato da Lipovetsky come un capitalismo seduttivo, che invita costantemente a lasciarsi tentare, a soccombere all’attrazione dei piaceri e delle novità.

Nell’ambito della coppia la seduzione è ritenuta fondamentale per evitare che il desiderio si spenga con il tempo e l’abitudine. I giornali pullulano di consigli su come stravolgere la quotidianità, sorprendere l’altro, mantenere una zona di mistero, fare regali, giocare la carta della gelosia, prendersi cura del proprio aspetto fisico, ovvero di tecniche di fascinazione e strategie seduttive.

Il flirt e l’avventura leggera sono modalità di approccio alla sessualità nate negli anni Cinquanta e ormai sdoganate e diffuse; si seduce ovunque – alle feste, nei locali, sui social, in cui siamo alla costante ricerca di likes sotto i nostri innumerevoli selfie; si seduce senza limiti di età (fanno eccezione le attenzioni sessuali rivolte ai bambini, ad oggi oggetto di riprovazione, sebbene al tempo stesso sia molto diffusa una sessualizzazione precoce dei bambini e specialmente delle bambine).

Insomma, la seduzione regna sovrana. Ognuno di noi è invitato a trovare il proprio modo di sedurre, esprimendo al meglio le proprie potenzialità. E non è affare da poco, perché implica conoscenza di sé, capacità di mettere in risalto le proprie qualità, cercando di nascondere le proprie caratteristiche meno attraenti.

Questo scenario del tutto inedito nella storia dell’umanità, non cessa di sollevare un gran numero di critiche: molti sono i suoi detrattori. Innanzitutto, taluni ritengono che le nostre società non conoscano in realtà che una pseudoseduzione, laddove proprio “la commercializzazione della seduzione” sarebbe “nientemeno che il suo sudario” (Baudrillard).

Se le dimensioni dell’attesa e del mistero in un mondo in cui è tutto e subito a disposizione e spettacolarizzato, sono in effetti per lo più scomparse, Lipovetsky sostiene che tuttavia non sia lecito parlare di “morte della seduzione”, perché il capitalismo contemporaneo dispone di altri dispositivi di attrazione. In particolare, il capitalismo seduttivo sviluppa una sorta di potere magico di intercettare l’attenzione degli individui con attraenti offerte di esperienze: da un lato si fonda sulla fredda ragione strumentale, dall’altro si basa su processi che destinati ad accendere i desideri, non cessano di mobilitare l’ambito dell’aisthesis, la sensibilità, il desiderio, gli affetti, incorporando le potenzialità dell’edonismo e delle emozioni nella sua dinamica d’insieme. È un “capitalismo incantatore” che si adopera per stimolare i desideri, le emozioni, i sogni e il cui obiettivo è creare e rinnovare prodotti e servizi che piacciano ai consumatori e li colpiscano (racconti, musiche, svaghi, divertimenti, stili…); cosicché il capitalismo seduttivo è un capitalismo artistico ed emotivo.

Il sistema economico e socio-culturale in cui ci muoviamo, stimola il desiderio e se-duce, non tanto proponendo alla nostra attenzione beni e ricchezze quanto piuttosto sensazioni ed esperienze di piacere, sempre diverse e nuove. L’esperienza estetica è diventata una delle principali modalità per corteggiare i consumatori. Al tempo dell’industrializzazione della seduzione, il capitalismo ambisce a incantare gli oggetti e i luoghi commerciali, perfino i più consueti: dovunque si vede all’opera un lavoro di design dell’offerta di mercato, di mobilitazione di risorse dello stile e dello spettacolo.

Per non parlare dell’economia culturale, tutta costruita come un’economia degli affetti. Film, serie, reality, tutte produzioni di valore emotivo che mirano a colpire il pubblico di massa.

Il modello della seduzione impronta di sé anche l’ambito dell’educazione che Lipovetsky definisce seducazione: uno stile educativo in cui lo sviluppo dell’autonomia del bambino  si impone come preoccupazione principale degli adulti. Mentre un tempo ciò che si richiedeva all’educazione era di formare bambini buoni, gentile, obbedienti, rispettosi dell’autorità, oggi questo modello si è eclissato in favore di norme relazionali e psicologiche che valorizzano la comprensione, l’ascolto, il dialogo, lo scambio con il bambino. È il tempo del bambino-re, che non va più costretto, forzato a norme educative, ma va ascoltato, perché gli sia regalato il massimo della felicità possibile moltiplicando le occasioni di piacere.

Anche qui non mancano i detrattori di questo stile educativo che ravvisano in esso un pericoloso declino delle regole, dei no, un eccessivo lassismo da parte di genitori che temono di mostrarsi autoritari per paura di ostacolare lo sviluppo della personalità del figlio e di imbrigliare le sue potenzialità. Si moltiplicano allora le affermazioni preoccupate e certamente per lo più fondate degli psicologi in merito al problema diffuso di bambini che soffrono di iperattività, irritabilità, instabilità emotiva. Ugualmente, diversi studi accertano anche che i nuovi bambini sono purtuttavia più aperti, curiosi, intraprendenti e mono inibiti rispetto al passato.

Il problema non sembra essere il principio di seduzione in se stesso, quanto piuttosto una sua regolazione perché non sfoci nel lassismo integrale e deleterio.

Se da un lato è vero che numerosi fatti possono corroborare la tesi della miseria simbolica e del pauperismo estetico contemporaneo ( vita di corsa, zapping, volgarità delle immagini e dei programmi, fast food, telespazzatura), al tempo stesso l’epoca è contrassegnata dalla proliferazione di esperienze estetiche di ogni genere: design, musica, spettacoli, giochi, concerti, viaggi, amore per i paesaggi, decorazioni delle abitazioni e dei corpi,, gastronomia, mostre, musei. Sotto questo aspetto assistiamo all’infittirsi delle esperienze e dei desideri estetici della maggior parte della gente e nemmeno nella forma di una totale ‘omologazione dei gusti’ quanto piuttosto nella forma della ricerca che spetta ad ognuno, di creare il proprio gusto. La società della seduzione fabbrica innegabilmente qualcosa di omogeneo, ma crea anche l’eterogeneo, il diverso, l’individualizzazione nella sfera delle pratiche e dei gusti. L’iperscelta offerta dal mercato genera una maggiore personalizzazione dei gusti, delle maniere di vivere e di divertirsi.

Accolgo l’idea davvero interessante di Lipovetsky di una filosofia che non si sforzi soltanto di cogliere con consapevolezza gli eccessi ed i pericoli della società contemporanea, ma che sappia anche promuoverne i punti di forza.

Oggi pare che i valori dello spirito sprofondino seppelliti dal trionfo dei valori materiali, della cultura del business, degli svaghi, dello sport, dell’intrattenimento, accentuando la tendenza dello spirito democratico, già sottolineata da Tocqueville, “a non pensare più”. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta c’è stato, attraverso le correnti strutturaliste, lacaniane, decostruttiviste, un momento squisitamente di moda della vita intellettuale e dei suoi divi, le sue civetterie stilistiche, le sue provocazioni sofisticate, le sue emulazioni da parte dei dandy. Un’epoca ormai conclusa.

Ugualmente, l’iperconsumo non è riuscito ad abolire né l’interrogazione umana, né il dissenso culturale. Al contrario sono sempre di più le questioni al centro del dibattito pubblico; ne danno testimonianza le accese controversie in materia di procreazione, manipolazioni genetiche, eutanasia, aborto, matrimoni gay, ecc. Il fascino delle sirene consumistiche non impedisce il fiorire di conflitti morali e il disaccordo sulle modalità di vivere insieme. E gli individui per quanto poco strutturati possano essere, si mostrano in ogni caso più critici di quanto non lo fossero nelle società della tradizione, della religione o in quelle delle ideocrazie della prima modernità. Sempre più individui sono in grado di condurre un libero esame e di portare uno sguardo critico su ciò che osservano.

Ciò che preoccupa non è l’assenza di spirito critico ma piuttosto lo sviluppo di modi di pensiero semplicistici e rigidi, dominati più dall’emozione che dalla ragione. Modi di pensiero promossi anche dall’uso dilagante di smartphone e web, dalla disabitudine a fermarsi, a meditare i propri pensieri, dal rifiuto dello studio paziente e faticoso in nome di un’accessibilità tanto veloce quanto disattenta alle informazioni.

Qui si apre il grande compito dell’educazione, cui la pratica della filosofia può dare un consistente contributo, che non è quello di opporsi al principio della seduzione ma piuttosto di promuovere un’apertura e uno sviluppo dei gusti e degli interessi in relazione con la cultura e la bellezza artistica. Ciò significa consentire di poter godere di diversi tipi di piaceri, compresi quelli procurati dalle argomentazioni razionali, dalle bellezze stilistiche dell’arte e della letteratura.

La lotta è in direzione del consumismo passivo, che stimola l’assenza di pensiero e ammorba lo spirito critico. Si tratta di promuovere le azioni creative, stimolando il gusto di pensare e di fare: quando si scrive un libro, si dipinge, si suona della musica, si sposta il proprio desiderio dal consumo passivo ad una dedizione attiva al gusto.

La nostra responsabilità è di promuovere al posto di una seduzione passiva una seduzione aumentata, suscettibile di dare impulso a passioni ricche e buone, che consentano lo sviluppo di sé, l’arricchimento delle esperienze e delle facoltà umane. (G.Lipovetsky)

E per quanto riguarda il nostro rapporto con il sesso, l’amore e la seduzione in campo amoroso?

In questo ambito, la filosofia può farsi alleata alla sessuologia per promuovere, certo ognuna con i propri mezzi di bordo, un aumento, vale a dire uno sviluppo qualitativo dei piaceri, degli affetti e dei gusti.

Nei momenti di crisi e di sexout la filosofia può soccorrere sfruttando questo momento di pausa, questo momento dilemmatico e manifestatamente riflessivo, in direzione di una maggiore consapevolezza di sé, della coppia e dell’altro, nonché delle dinamiche sottese alla crisi di ordine culturale e sociale.

Ciò che rende l’esperienza sessuale particolarmente piacevole è  certamente non solo il meccanismo anatomico legato alla stimolazione delle zone erogene genitali ed extra-genitali, ma specialmente la capacità dell’evento sessuale di sottrarci alla nostra solitudine e di incontrare l’altro in un’atmosfera di riconoscimento e di accettazione.

La filosofia come erotica dell’esistenza può allora innanzitutto sostenere nell’articolare un rapporto più consapevole con l’altro e un desiderio meno perverso e più orientato alla relazione.

«Perverso è quel desiderio che non desidera l’altro ma se stesso, che non diventa veicolo di trascendenza, ma oggetto della propria immanenza, giocata in quel breve spazio che separa la tensione dalla soddisfazione che la estingue…È al desiderio perverso e alla sua incapacità di trascendenza ciò a cui pensa la scienza medica e la morale diffusa quando definiscono il desiderio come un “istinto” la cui origine e il cui fine sono strettamente fisiologici. In realtà il desiderio non implica necessariamente un’attività sessuale, perché, come dice Sartre: “il desiderio non è desiderio di fare”, ma è desiderio di un oggetto trascendente che consenta di uscire dalla propria clausura». (U. Galimberti).

Il riconoscimento fondamentale è quello dell’alterità dell’altro, del suo sfuggirci inesorabile che è anche, nel suo mistero, l’unica possibilità per l’io di trascendersi, di uscire da se stesso, di sfuggire alla prigione del proprio egoismo. Nel sesso e in generale nell’esperienza erotica fondamentale è proprio questo rapporto con un altro che non si ha da possedere e incatenare a noi – a “io” – ma con il quale vivere appieno la possibilità di strapparci a noi stessi, di rompere io, di formare la crepa d’oro in cui i giapponesi riconoscono la nostra capacità di crescita creativa che produce dalla rottura una bellezza superiore (arte del kintsugi).

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Un altro compito, forse ancor più affascinante e di certo ambizioso, per il filosofo è quello di un’amplificazione seduttiva dell’esistente.

Nel campo dei gusti e dei piaceri, il filosofo può utilizzare questa propensione post-postmoderna all’estetica, al design, allo spettacolo, per ampliare lo spettro delle esperienze estetiche della persona. Può condurre ad apprezzare aspetti della quotidianità dell’esistenza prima poco o per nulla visti e considerati, può favorire la consapevolezza della bellezza. Può al contrario aumentare la sensibilità nei confronti del pensiero o dell’immagine volgare e del “brutto”.

Nel campo della sessualità, la filosofia in questo caso compagna e alleata alla sessuologia, può contribuire a diventare consapevoli di ciò che ci piace e sostenere nel rendersi altresì capaci di esprimere all’altro i propri “gusti”. Molte persone sono poco intime con il proprio corpo: ciò si riflette poi su una intimità deficitaria con l’altro. Inoltre, quand’anche riconoscano i propri gusti, spesso non si sentono autorizzate a confidarli al partner, nell’idea di cui parlavamo all’inizio di non sentirsi “normali” o nel timore del rifiuto.

La sessuologia è un campo del sapere pratico molto interessante, in grado di lavorare con il corpo, stimolando una maggiore consapevolezza e autoconoscenza fisica, del mio corpo come di quello dell’altro. Ma lavora anche sull’immaginario, sulle fantasie, riconoscendo in esso un potenziale enorme per corroborare il desiderio e per ampliare l’esperienza estetica (nel senso in questo caso dell’aisthesis), sensoriale e sessuale.

La filosofia e la sessuologia possono dar modo alla persona sia di costruire il proprio gusto erotico sia di “ritrovare gusto” nella sessualità. Pensiamo ai diffusi casi di calo del desiderio o, in gergo sessuologico, di “desiderio sessuale ipoattivo”. Si tratta di situazioni complesse in cui giocano un ruolo diverse componenti (il risentimento nei confronti del partner, lo stress della vita quotidiana e professionale, l’invecchiamento, la malattia, ecc.). Ritrovare il gusto di eros è un percorso spesso assai difficile e incontra numerose resistenze.

In effetti potremmo chiederci se sia davvero possibile costruire il nostro gusto. Possiamo farci piacere qualcosa? Possiamo imparare ad apprezzare anche ciò che non ci piace? Possiamo ritrovare gusto per ciò verso cui l’abbiamo perso?

Un libro interessante che affronta questi quesiti così profondamente filosofici è quello di Emanuele Arielli intitolato appunto “Farsi piacere. La costruzione del gusto”.

Arielli non parla di sessualità, ma possiamo ugualmente tentare un parallelismo attraverso un esempio. Il filosofo veneziano, fin dal principio del suo bel saggio, ammette di non apprezzare un particolare genere musicale, quello atonale. Non comprende perché un amico, ch’egli ritiene estremamente colto ed intelligente, sia invece così appassionato di musica atonale e ne parli frequentemente con acceso entusiasmo estetico. Arielli racconta di aver deciso così di sfidare se stesso a costruire un gusto personale per l’atonalità.

atonale

Ciò significa mettere in atto una serie di pratiche specifiche, di esercizi non senza una buona dose di impegno e di fatica.

“Come ho lavorato su di me? Ebbene: ho cercato di spogliarmi dei miei pregiudizi affrontando l’ascolto di brani di musica atonale come se fossero degni senz’altro di apprezzamento (…) per poter abituare l’orecchio. Ho intensificato la frequentazione di C.R. e di altri accoliti della musica colta, ho ascoltato le loro parole, le ho fatte mie, ho osservato il loro modo di porsi e di atteggiarsi prima, durante e dopo l’ascolto; ho cercato di ascoltare le opere come loro mi hanno detto di ascoltarle; ho cercato di crearmi delle isole salde nei brani e negli autori che mi parevano più accessibili, (…) mi sono concentrato sugli aspetti positivi, interessanti e rilevanti e forse anche emozionanti, cercando di mettere tra parentesi le emozioni negative, la noia, l’incomprensione. E là dove mi scontravo con l’impossibilità di apprezzare, ho accettato questo fatto e anzi mi sono compiaciuto della mia limitazione in quanto segno che il territorio da esplorare è ancora vasto”.

Anche in un lavoro diretto alla sessualità, di ordine sessuologico o filosofico che sia, si tratta di fare un percorso assai simile. Si tratta di cambiare prospettiva su stessi, sulle proprie abitudini, sui propri vissuti, sui propri piaceri, in un percorso complesso di conoscenza di se stessi e degli altri. Si tratta di esplorare nuovi territori e di ampliare le sfumature dell’amore e della seduzione, con un’attenzione nuova all’emozione, al corpo e ai sensi. Un cammino estetico sul sentiero del gusto per assaporare meglio la sessualità, sviluppando insieme la propria sensualità. Si impara ad avere a riconoscere i propri limiti e ad apprezzare l’avventura dell’esplorazione.

Perché dovremmo intraprendere questo percorso?

Semplice, direte: per trovare una soluzione alle nostre sofferenze. La sessuologia, in effetti, è assai spesso orientata al risultato e alla soluzione. D’altro canto, chi ha un’angoscia e una sofferenza sessuale non vede (comprensibilmente) l’ora di smettere presto di stare male: vuole risolvere il problema.

Tuttavia, il senso del percorso non risiede solamente in questo.

La fatica di Arielli di apprezzare la musica atonale non ce l’ha avuta una “soluzione” di tal genere: il filosofo ammette di non apprezzare tutt’ora compiutamente, nonostante tutti gli sforzi, questo genere musicale. Si può per questo dire che a nulla sia servito l’impegno profuso in questa ricerca di gusto?

“Quanto territorio ho conquistato? Dove sono arrivato? Una risposta sincera è: non un granché. (…) Ma il punto cardinale dell’esercizio è l’esercizio in sé, anche quando lo sforzo fallisce. (…) Prima di tutto, esso mi ha indotto ad assumere un punto di vista nuovo, esterno, sul panorama dei miei gusti personali (…).Il diverso punto di osservazione ha ridefinito la percezione di ciò che mi piaceva e non mi piaceva (…), ha avuto il merito di rompere dogmi intoccabili. (…) In secondo luogo, l’esercizio ha accentuato lo stato di allerta rispetto ai meccanismi che regolano le mie predilezioni, ai fattori che le influenzano, alle dinamiche del conformismo e della persuasione inconsapevole. Lo sforzo e il percorso intrapreso sono stati una ‘pratica di libertà’ esercitata nei loro confronti”.

“Cambiare è un esercizio inestimabile, però lo è anche provare, scontrarsi con i limiti e riconoscere con dignità l’insuccesso”.

Una consulenza filosofica e una consulenza sessuologica hanno proprio questo carattere di percorsi in cui talvolta si raggiunge l’obiettivo, ed è fantastico, talaltra invece si arriva altrove.

Altrove è comunque un guadagno perché si raccoglie profondità di pensiero, trasformazione e amplificazione dei gusti e dei piaceri, uno sguardo rinnovato e meno passivo su se stessi e sul mondo, maggiore competenza affettivo-emotiva, consapevolezza anche corporea.

Il segreto dell’eros infatti è la conoscenza, non il risultato.

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Luca Giordano, Socrate, Santippe e Alcibiade.

Bibliografia

E. Arielli, Farsi piacere. La costruzione del gusto, Milano, Raffello Cortina Editore, 2016.

A. de Botton, Come pensare di più il sesso, Guanda Editore, 2012.

U. Galimberti, Il corpo, Milano, Feltrinelli, 1983 (undicesima ed. Universale Economica, 2002

G. Lipovetsky, Piacere e colpire. La società della seduzione, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2019.

W. Schmid, SexOut. L’arte di ripensare il sesso, Fazi Editore, 2016.

Platone, Sofista, XV; trad.it. di B. Bianchini, Roma, Armando Editore, 1997.

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